Il dibattito regolatorio sulle stablecoin negli Stati Uniti si è infiammato. L’American Bankers Association (ABA) ha pubblicato una confutazione diretta e tecnica di un recente report del Council of Economic Advisers (CEA), l’organismo di consulenza economica della Casa Bianca, accusandolo di aver impostato male le domande e, di conseguenza, di aver fornito risposte fuorvianti al Congresso americano.
Il report del CEA e la tesi che divide Washington

Il documento del CEA parte da una premessa apparentemente rassicurante: vietare l’utilizzo delle stablecoin nei pagamenti avrebbe un effetto trascurabile sul sistema del credito, aumentando i prestiti bancari di soli 1,2 miliardi di dollari. Un impatto definito minimo, accompagnato dalla tesi che i depositi bancari si “rimescolerebbero” semplicemente all’interno dello stesso sistema finanziario senza produrre danni strutturali.
Per il capo economista dell’ABA, però, questo ragionamento è costruito sulla domanda sbagliata. Il problema reale non è cosa succederebbe se si vietassero le stablecoin come mezzo di pagamento, ma cosa succederebbe se non lo si facesse. In altri termini, il CEA misura l’effetto di un’azione regolatoria, mentre l’ABA chiede di valutare il rischio sistemico dell’inazione.
Il rischio di fuga dei depositi: un problema da trilioni
La preoccupazione centrale dell’ABA ruota attorno a un fenomeno conosciuto in economia come deposit flight, ovvero la fuga dei depositi. In uno scenario in cui le stablecoin diventano uno strumento ordinario per effettuare pagamenti quotidiani, famiglie e imprese avrebbero un incentivo concreto a spostare la propria liquidità fuori dai conti correnti bancari tradizionali verso portafogli digitali denominati in stablecoin.
L’effetto non sarebbe uniforme sull’intero sistema finanziario. Sarebbero le banche comunitarie e locali — le cosiddette community banks — a subire il colpo più duro. Queste istituzioni rappresentano la spina dorsale del credito territoriale americano: finanziano i piccoli imprenditori, i agricoltori, le famiglie che acquistano casa nei centri minori, quegli strati dell’economia reale che le grandi banche nazionali tendono a ignorare per mancanza di redditività.
Secondo le proiezioni dell’ABA, se il mercato delle stablecoin raggiungesse una capitalizzazione compresa tra 1 e 2 trilioni di dollari, l’impatto sarebbe devastante su scala locale. Il caso studio citato è emblematico: nel solo stato dell’Iowa, si stima una riduzione della capacità di prestito tra i 4,4 e gli 8,7 miliardi di dollari.
Dal credito relazionale al finanziamento all’ingrosso: cosa cambia davvero
Per comprendere la portata del problema, è necessario spiegare il meccanismo che si spezzerebbe. Le banche locali operano secondo un modello definito relationship banking: raccolgono risparmio dalla comunità locale sotto forma di depositi e lo reimmettono nel territorio attraverso prestiti a famiglie e piccole imprese. Conoscono i propri clienti, ne valutano il merito creditizio in modo personalizzato, e mantengono un legame diretto con l’economia del territorio che le grandi istituzioni finanziarie non possono replicare.
Se i depositi fuggissero verso le stablecoin, le community banks si troverebbero private della loro principale fonte di finanziamento a basso costo. Per continuare a operare, sarebbero costrette a ricorrere ai cosiddetti finanziamenti all’ingrosso (wholesale funding): strumenti come i prestiti della Federal Home Loan Bank o i mercati interbancari, che hanno costi strutturalmente più elevati rispetto ai depositi retail. Il risultato è inevitabile: margini più stretti, meno credito disponibile, condizioni peggiorative per i clienti finali.
L’ABA sottolinea come questo processo favorirebbe anche una pericolosa concentrazione del sistema bancario: i fondi che escono dalle banche locali tenderebbero a confluire verso poche grandi istituzioni finanziarie o direttamente nelle riserve delle stablecoin, accelerando un processo di centralizzazione che va in direzione opposta alla resilienza del sistema del credito americano.
Innovazione sì, ma senza sostituire i depositi assicurati
La posizione dell’ABA non è di opposizione pregiudiziale all’innovazione crypto. L’associazione riconosce esplicitamente il potenziale delle stablecoin come strumento finanziario, e non chiede di eliminarle dal panorama economico. La richiesta è più chirurgica: vietarne l’uso come mezzo di pagamento quotidiano per evitare che diventino un surrogato funzionale dei depositi bancari.
In questo quadro, le stablecoin potrebbero continuare a evolversi come infrastruttura per il trasferimento internazionale di valore, per la finanza decentralizzata o per applicazioni istituzionali specifiche, senza però competere direttamente con i depositi assicurati dal Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC), che offrono protezioni fondamentali per i risparmiatori americani.
Il nodo cruciale che l’ABA pone sul tavolo dei legislatori è dunque questo: il perimetro regolatorio delle stablecoin non è una questione tecnica secondaria, ma una scelta strutturale che determinerà la configurazione del sistema creditizio americano nei prossimi decenni. Permettere alle stablecoin di operare come strumenti di pagamento di massa senza un quadro normativo adeguato potrebbe erodere silenziosamente le fondamenta del credito locale, con conseguenze che nessun rimescolamento interno dei depositi sarebbe in grado di compensare.
Immagini: redazione CryptoNews.it

















