Il Giappone cambia le regole sulle criptovalute: più controlli, ma tasse più basse

Roberto Rais autore cryptonews.it
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Roberto Rais
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Giornalista finanziario, laureato in Economia, collabora con alcuni dei più noti siti di settore in qualità di autore e analista.
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Il Parlamento giapponese ha appena dato il via libera a una duplice riforma che cambia il proprio rapporto con gli asset digitali. Una riforma che si muove contemporaneamente su due fronti che sembrano essere opposti… almeno in apparenza: da una parte la necessità di adottare un maggiore rigore normativo, dall’altra parte l’abbassamento della pressione fiscale.

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Ma come si conciliano questi due aspetti? Abbiamo cercato di chiarirlo in modo pratico, per tutti i nostri lettori.

Cosa ha fatto il Giappone

Per prima cosa, evidenziamo come il governo di Tokyo abbia esteso la propria legge sui mercati finanziari (il c.d. Financial Instruments and Exchange Act) anche alle criptovalute. In altri termini, ora le criptovalute sono considerate alla pari di strumenti tradizionali come azioni e fondi d’investimento.

Il cambio di status non è certo privo di rilievi. Chi sfrutta informazioni riservate per ottenere vantaggi nelle negoziazioni di criptovalute, infatti, commetterà un reato, con sanzioni più severe e nuovi obblighi di vigilanza per gli exchange e gli altri operatori del settore. Fino ad oggi, invece, il quadro normativo giapponese si basava sul Payment Services Act, provvedimento che si concentrava soprattutto su custodia e trasferimento dei fondi, ma lasciava scoperti aspetti molto importanti legati all’integrità del mercato.

Dall’altro lato (e crediamo che sia questa la notizia più attesa dagli investitori), il Giappone ha approvato una revisione del regime fiscale che taglia drasticamente l’aliquota massima sulle plusvalenze da crypto, portandola dal 55% (aliquota a cui sono ricondotti tutti i redditi diversi in Giappone, come le vincite alla lotteria) a circa il 20%, in linea con il trattamento riservato ad azioni e altri strumenti finanziari.

Una notizia che non ci sorprende

Con questa novità il Giappone sembra aver dimostrato una cosa che molti altri Paesi fanno fatica a capire: un mercato più monitorato può essere anche più leggero dal punto di vista fiscale, alimentando così la maggiore capacità di attrarre capitali istituzionali senza perdere credibilità agli occhi delle autorità internazionali.

Certo è che questo provvedimento non arriva inatteso, viste le lunghe discussioni di questi anni. E forse non è nemmeno un caso che il Paese sia stato pioniere del tema già nel 2017, dopo il crollo di Mt. Gox, introducendo le prime licenze per gli exchange.

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