Il mercato crypto italiano nel 2026 è più regolamentato, più selettivo e più trasparente. Tra operatori autorizzati MiCA, tassazione al 33% e milioni di possessori, il quadro racconta un settore che cresce ma resta lontano dalla maturità.
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Chi compra crypto in Italia oggi
Secondo l’Osservatorio Blockchain & Web3 del Politecnico di Milano, a gennaio 2026 in Italia risultano circa 2,8 milioni di possessori di crypto-asset, pari al 7% della popolazione, con un ulteriore 11% che dichiara l’intenzione di investire in futuro. Un’indagine separata condotta da ConfrontaConti e ripresa da Finaria a febbraio
2026 stima invece 1,4 milioni di clienti attivi presso piattaforme regolamentate, per un controvalore complessivo di circa 2 miliardi di euro. La differenza tra i due numeri non è un errore: il primo dato misura chi possiede almeno un crypto-asset, il secondo chi ha un rapporto attivo con un exchange o intermediario, quindi rappresenta un sottoinsieme più ristretto.
Le fonti concordano su un punto: il profilo demografico resta giovane. Secondo l’indagine di ConfrontaConti, il 64% dei possessori ha meno di 40 anni, con una concentrazione particolarmente marcata nella fascia 18-29 anni. Non si tratta però più di un fenomeno esclusivamente giovanile: l’Osservatorio del Politecnico di Milano segnala una platea che si allarga anche a fasce d’età più mature, spesso con patrimoni più consistenti ma minore frequenza di trading.

Le motivazioni di acquisto non sono uniformi. Alcuni utenti accumulano piccole somme mensili con un orizzonte di lungo periodo, altri sono entrati durante fasi di euforia di mercato con investimenti più consistenti e oggi gestiscono posizioni in perdita, altri ancora hanno costruito portafogli nel tempo e oggi affrontano il tema della tassazione con il supporto di un commercialista specializzato.
Questa segmentazione, descritta anche dalle fonti sopracitate attraverso profili tipo di investitori italiani, mostra un mercato composto da almeno tre categorie distinte: risparmiatori di lungo periodo, investitori opportunistici entrati nei picchi di mercato e un nucleo più ristretto di detentori esperti che concentra una quota rilevante del valore complessivo.
Il mercato italiano non è più una nicchia invisibile
Il numero di clienti crypto in Italia è raddoppiato negli ultimi due anni sempre secondo l’indagine ConfrontaConti. Allo stesso tempo, il paragone con altri paesi europei resta sfavorevole: l’Osservatorio del Politecnico di Milano indica che l’Italia è ancora indietro rispetto a Spagna, Germania e Francia in termini di adozione relativa. Il mercato italiano, quindi, si sta ampliando ma non ha ancora raggiunto una piena maturità comparabile ad altri contesti europei.
Chi vende crypto in Italia oggi
Dal 1° luglio 2026 il periodo transitorio del Regolamento MiCA è terminato definitivamente. Lo confermano Banca d’Italia e Consob in un comunicato congiunto del 30 giugno 2026: da quella data, la prestazione di servizi relativi alle cripto-attività verso clienti europei è riservata esclusivamente ai soggetti autorizzati come CASP (Crypto-Asset Service Provider) ai sensi del MiCAR.
Alla data del comunicato, Consob e Banca d’Italia avevano autorizzato 8 CASP in Italia:
| Operatore | Formagiuridica |
| CheckSig | S.r.l. |
| Conio | S.r.l. |
| CryptoSmart | S.p.A. |
| Hercle | S.r.l. |
| Hodlie | S.r.l. |
| Olliv | S.r.l. |
| Riv Digital | S.r.l. |
| Young Platform | S.p.A. |
A questi si aggiunge Banca Sella S.p.A., che ha notificato alla Banca d’Italia l’intenzione di prestare servizi su cripto-attività in qualità di intermediario bancario già vigilato. Il comunicato parla complessivamente di 9 soggetti abilitati a operare in Italia, contando sia gli 8 CASP autorizzati sia l’intermediario bancario notificante.
Questi operatori sono iscritti nel Registro dei prestatori di servizi per le cripto-attività tenuto dall’ESMA e, grazie al cosiddetto passaporto europeo, possono offrire i propri servizi in tutti i paesi dell’Unione Europea. Chi non ha ottenuto l’autorizzazione come CASP in almeno un paese UE entro il 1° luglio 2026 deve cessare l’attività verso i clienti europei, limitandosi a operazioni funzionali alla chiusura dei rapporti in essere.
La differenza tra piattaforma autorizzata e piattaforma non autorizzata non è quindi solo formale. Consob ha chiarito che le tutele previste dal MiCAR si applicano esclusivamente all’entità giuridica specifica autorizzata nell’UE, non ad altre società dello stesso gruppo, anche extra-UE, che operano con lo stesso marchio senza autorizzazione MiCAR.
Il paragrafo editoriale
Il passaggio da un elenco frammentato di operatori VASP a un registro europeo unico gestito dall’ESMA rappresenta il cambiamento più concreto degli ultimi due anni per il mercato italiano. Chi segue il settore sa che fino al 2025 la distinzione tra piattaforma iscritta all’OAM e piattaforma autorizzata come CASP era spesso poco chiara per l’utente medio. Oggi, con soli 8 CASP autorizzati e un intermediario bancario notificante, il perimetro è più ristretto ma anche più verificabile tramite un unico registro pubblico consultabile online.
Chi resta fuori e perché
Non tutti gli utenti che si sono avvicinati al mondo crypto restano nel mercato regolamentato. Alcuni fattori spingono verso l’uscita o l’esclusione, senza che questo implichi un giudizio negativo sul mercato in sé.
Utenti che non si fidano ancora della volatilità degli asset digitali, in particolare dopo oscillazioni di prezzo marcate come quella registrata da Bitcoin tra ottobre 2025 e febbraio 2026, quando la criptovaluta ha perso quasi il 50% dal massimo storico.
- Utenti frenati dalla complessità degli adempimenti fiscali, aggravata dall’assenza di una franchigia minima sulle plusvalenze, eliminata già dal 2025 e non reintrodotta.
- Utenti che non colgono la differenza tra un exchange autorizzato come CASP e una piattaforma che opera con lo stesso marchio ma senza autorizzazione europea, un rischio segnalato esplicitamente da Consob .
- Utenti che restano fedeli a strumenti finanziari tradizionali, ritenuti più familiari e meno esposti a rischi operativi o normativi.
- Utenti scoraggiati dalla proliferazione di piattaforme abusive: solo nel mese di gennaio 2026 Consob ha oscurato oltre 40 piattaforme non autorizzate secondo i dati riportati.
Il tono con cui va letto questo fenomeno è descrittivo, non polemico. Restare fuori dal mercato crypto oggi è spesso la conseguenza razionale di un rapporto costi-benefici: tra tassazione al 33%, obblighi di tracciabilità e volatilità elevata, una parte della popolazione italiana valuta che il rischio non sia proporzionato al potenziale beneficio.
Quanto pesano regole e tasse sulle scelte degli italiani
Il quadro fiscale 2026 rappresenta uno dei cambiamenti più rilevanti per chi detiene cripto-attività in Italia. Secondo l’aggiornamento normativo riportato, l’aliquota sulle plusvalenze da Bitcoin, Ethereum e altcoin è salita al 33% dal 1° gennaio 2026, mentre per i token di moneta elettronica denominati in euro conformi al MiCAR resta al 26% . La franchigia di 2.000 euro sulle plusvalenze minime, già eliminata dal 2025, non è stata reintrodotta: ogni guadagno, anche di importo contenuto, va dichiarato.
A questo si aggiunge l’adesione dell’Italia al Crypto-Asset Reporting Framework (CARF) dell’OCSE dal 1° gennaio 2026, un meccanismo che rende le transazioni crypto più tracciabili dal punto di vista fiscale.
Il combinato tra aliquota più alta, assenza di franchigia e maggiore tracciabilità automatica cambia in modo tangibile il comportamento degli investitori italiani, spingendo chi ha posizioni consolidate a strutturarsi con il supporto di consulenti specializzati.
Su questi dati è necessaria una nota di prudenza metodologica: le stime su aliquote e obblighi dichiarativi provengono da fonti giornalistiche specializzate che riportano l’evoluzione normativa, mentre le regole ufficiali sulle plusvalenze da cripto-attività restano di competenza dell’Agenzia delle Entrate. Chi gestisce posizioni rilevanti dovrebbe sempre verificare il quadro applicabile con un professionista abilitato.
Cosa cambia davvero nel 2026 per il mercato italiano
Il cambiamento più strutturale del 2026 riguarda la fine definitiva del regime transitorio MiCA, avvenuta il 1° luglio 2026. Da quella data, operare senza autorizzazione CASP in almeno un paese UE significa uscire automaticamente dal mercato europeo, compreso quello italiano. Le piattaforme che non hanno completato l’iter devono limitarsi ad attività di chiusura dei rapporti con i clienti (vedi il recente caso Binance), secondo quanto richiesto dall’ESMA per garantire piani di dismissione ordinata.
Per l’utente finale, questo significa maggiore tutela legale in caso di problemi con l’operatore, ma anche minore margine di informalità: non è più possibile operare tramite piattaforme che si limitavano a un’iscrizione OAM senza completare il passaggio al regime CASP. Il mercato italiano, in altre parole, si restringe nel numero di operatori disponibili ma si irrigidisce nelle garanzie offerte a chi resta.
Tre letture possibili del mercato nei prossimi mesi
Ognuno di questi scenari resta una lettura possibile basata sui dati disponibili a luglio 2026, non una previsione di prezzo. Il fattore determinante sarà l’interazione tra stabilità dei mercati, evoluzione della fiscalità e capacità dei CASP autorizzati di offrire servizi competitivi rispetto alle piattaforme extra-UE.

Nota di aggiornamento editoriale
Articolo aggiornato al 21 luglio 2026 sulla base dei dati disponibili a tale data. I numeri relativi a operatori autorizzati, possessori di crypto-asset e regime fiscale possono variare nel tempo: si raccomanda di verificare gli aggiornamenti sui siti ufficiali di Consob, Banca d’Italia ed ESMA.
Se noti informazioni inesatte o non aggiornate, segnalacelo a [email protected]
FAQ
Chi può comprare crypto in Italia nel 2026?
Chiunque risieda in Italia può acquistare crypto-attività, ma dal 1° luglio 2026 può farlo legalmente solo tramite operatori autorizzati, come CASP o intermediari notificati, secondo le regole del Regolamento MiCA.
Quanti operatori sono autorizzati a offrire servizi crypto in Italia?
Alla data del comunicato congiunto di Banca d’Italia e Consob del 30 giugno 2026, risultano 8 CASP autorizzati più un intermediario bancario notificante, per un totale di 9 soggetti abilitati.
Perché alcuni utenti stanno lasciando gli exchange non autorizzati?
Perché le tutele previste dal MiCAR si applicano alle entità autorizzate nell’UE e non necessariamente a società dello stesso gruppo che operano con lo stesso marchio senza autorizzazione, come chiarito da Consob.
Quanto pesa la fiscalità sulle scelte degli investitori?
L’aliquota sulle plusvalenze crypto è salita al 33% dal 1° gennaio 2026 e l’assenza di una franchigia minima comporta la tassazione delle plusvalenze secondo le regole fiscali applicabili. Questo rappresenta un fattore che può influenzare le decisioni di vendita e la pianificazione fiscale degli investitori.
Qual è la differenza tra possesso di crypto e investimento attivo?
Il possesso indica semplicemente la detenzione di almeno un crypto-asset, come nei 2,8 milioni di possessori stimati dal Politecnico di Milano. L’investimento attivo implica invece un rapporto continuativo con una piattaforma o un servizio di investimento, come nei circa 1,4 milioni di clienti stimati da ConfrontaConti.
Il mercato italiano è davvero maturo?
Non completamente. Il mercato italiano cresce in termini assoluti, ma secondo l’Osservatorio Blockchain & Web3 del Politecnico di Milano resta indietro rispetto a Paesi come Spagna, Germania e Francia per livello di adozione e maturità del mercato.
Cosa succede a chi ha fondi su una piattaforma non più autorizzata?
Consob invita a verificare il proprio fornitore nei registri ufficiali disponibili e, se l’operatore non è autorizzato, a valutare il trasferimento delle cripto-attività verso un operatore autorizzato o verso un portafoglio auto-custodito, oppure la chiusura della posizione.



