I pubblici ministeri olandesi hanno liquidato le criptovalute rimaste di Knaken, recuperando 2,55 milioni di dollari. Il trustee fallimentare avverte che i 6.300 clienti della piattaforma in bancarotta recupereranno solo una frazione degli investimenti.
Il recupero dei fondi e la discrepanza con i depositi
La procura olandese ha venduto tutti gli asset crypto ancora in possesso di Knaken, piattaforma di trading con sede a Rotterdam, dopo il fallimento dichiarato dal tribunale il 16 luglio 2026. L’operazione ha fruttato 2,55 milioni di dollari, attualmente l’unico asset liquido disponibile nell’attivo fallimentare.
Il trustee Carl Hamm, nominato dal tribunale, ha documentato che i clienti avevano investito tra 11,6 e 13,9 milioni di dollari tramite Knaken. La discrepanza tra le somme versate e le criptovalute effettivamente detenute è stata definita «un grande divario». Le risorse dei clienti e le spese operative erano state commistioni in un unico conto per un lungo periodo, generando perdite sostanziali.
I documenti fallimentari rivelano che il proprietario e direttore Ronald J. aveva trasferito 2,67 milioni di dollari dai conti aziendali a un’entità privata di sua proprietà. Il tribunale ha qualificato l’operazione come «forma di conflitto di interessi».
Le origini dei problemi finanziari e la risposta del direttore
I problemi di Knaken risalirebbero al 2020, quando la piattaforma subì una presunta violazione di sicurezza che comportò la perdita di 23 bitcoin. Ronald J. sostenne che l’incidente causò perdite per milioni, ma i prezzi storici mostrano che 23 BTC valevano circa 162.000 dollari all’epoca, contraddicendo la narrazione di perdite milionarie dovute solo all’hack.
Nonostante le difficoltà, Knaken continuò ad espandere la base clienti e a stipulare accordi di sponsorizzazione con club calcistici olandesi di primo livello, tra cui Feyenoord, Sparta Rotterdam, Heracles Almelo, SC Heerenveen e brevemente Ajax. La piattaforma proseguì anche l’emissione di certificati di partecipazione e la raccolta di prestiti dai clienti senza comunicare lo stato di crisi alla banca centrale olandese.
Ronald J. ha contestato le cifre citate dal trustee, sostenendo che Knaken operasse come broker execution-only con ordini eseguiti tramite liquidity provider esterni. Ha affermato che dal novembre 2022 era stato introdotto un IBAN dedicato per i clienti e che dal 2025 i fondi entranti erano stati trasferiti a un conto separato di una fondazione. Ha ammesso che una parte delle 145 criptovalute offerte restava non coperta.
Cosa cambia per i creditori e la vigilanza olandese
La liquidazione degli asset crypto è avvenuta ai sensi dell’articolo 117 del codice di procedura penale olandese, che consente la vendita di beni sequestrati soggetti a rapida svalutazione. Alcuni legali dei clienti hanno messo in dubbio l’autorità della procura nel liquidare asset dei clienti, paragonando l’operazione a un garage che vende l’auto di un cliente durante il fallimento.
Sul fronte della vigilanza, la banca centrale olandese ha chiarito che durante il periodo rilevante il suo mandato era limitato al controllo dell’integrità, antiriciclaggio e antiterrorismo, senza competenze prudenziali sulla stabilità finanziaria. La supervisione primaria era stata trasferita all’AFM nel periodo di transizione regolatoria 2024-2025.
Piattaforme che promettono rendimenti facili, sponsorizzazioni sportive di alto profilo e contabilità opaca non sono una novità neppure da noi. Chi segue il mercato italiano sa che il detto vale ancora: promettere è facile, mantenere è difficile. Quando i fondi dei clienti si mescolano con le spese correnti, il fallimento è solo una questione di tempo.
A nostro avviso, il caso Knaken solleva un interrogativo che riguarda tutta l’Europa. La normativa MiCA ora in vigore impone requisiti più stringenti su custodia e segregazione dei fondi, ma le verifiche devono tradursi in controlli effettivi. La differenza tra promessa e realtà si vede solo quando arriva il fallimento.


