Quando le banche chiudono, le valute locali crollano o i confini diventano barriere finanziarie, le criptovalute possono rappresentare un canale alternativo per spostare denaro. L’uso di crypto nelle regioni colpite da conflitti o sanzioni internazionali non è però solo una questione di libertà economica contro controllo statale, perché gli stessi strumenti che aiutano una famiglia sfollata a ricevere aiuti possono servire anche a reti sanzionate o legate a governi ostili.
Le guerre danneggiano infatti non solo infrastrutture fisiche, ma anche il sistema bancario. Si pensi a filiali chiuse, carte bloccate, scarsità di contante. In questi contesti un portafoglio digitale può restare accessibile quando i canali di pagamento tradizionali non lo sono più. Le stablecoin ancorate al dollaro risultano particolarmente attraenti perché mantengono un valore stabile, mentre il Bitcoin può fungere da riserva di valore, pur con oscillazioni di prezzo che ne limitano l’uso quotidiano. Alcune organizzazioni umanitarie hanno già sperimentato sistemi di distribuzione di aiuti basati su blockchain, ad esempio in Ucraina e in Afghanistan, anche se restano necessari smartphone, connessione internet e un minimo di competenze digitali.
Per i civili, le criptovalute possono sostenere rimesse, risparmi di emergenza e commercio transfrontaliero. Restano però legate all’economia reale: prima o poi servono contanti per affitto, cibo o carburante. A ciò si aggiungono rischi come commissioni elevate, truffe, furto di chiavi private e il potere di alcuni emittenti di bloccare le stablecoin collegate a indirizzi sospetti.
Il confine molto sottile con l’elusione delle sanzioni
La difficoltà maggiore sta nell’attribuzione: una transazione proveniente da un paese sanzionato non è automaticamente illecita, ma un portafoglio all’apparenza innocuo può risultare collegato a una rete sotto embargo. Analisi on-chain hanno stimato che nel 2024 soggetti sanzionati abbiano ricevuto miliardi di dollari in criptovalute, con un’ulteriore crescita dell’elusione statale delle sanzioni nel 2025, anche attraverso l’uso di stablecoin e strutture di portafogli stratificate.
Gli analisti monitorano indicatori come i picchi di volume dopo eventi bellici, i flussi verso le stablecoin, la concentrazione dei portafogli e i movimenti sospetti tra più blockchain. Le autorità internazionali suggeriscono un approccio mirato: controlli basati sul rischio, monitoraggio delle transazioni, eccezioni per scopi umanitari e sistemi di ricorso in caso di blocchi erronei, evitando sia il divieto generalizzato sia controlli troppo deboli…



