Guardando solo la classifica per capitalizzazione, sembra che nulla sia cambiato: Tether resta saldamente al primo posto con circa 184 miliardi di dollari, Circle insegue con 72 miliardi. Un divario enorme, che per anni è sembrato immutabile. Ma sotto la superficie i numeri raccontano una storia molto diversa: il mercato delle stablecoin non sta più crescendo in modo uniforme, si sta dividendo in due economie parallele che condividono sempre meno punti in comune.
Nella prima metà del 2026 USDC ha gestito circa il 70% del volume di transazioni “reale” (al netto di bot e trasferimenti interni agli exchange), contro il 25% di USDT. Nello stesso periodo, Tether ha registrato una contrazione insolita per un momento non di crisi: circa 5,4 miliardi di dollari persi in sessanta giorni, con due mesi consecutivi di calo della capitalizzazione, un evento che non si vedeva dal 2022, alla vigilia del collasso di Terra/Luna. USDC, al contrario, ha toccato massimi storici, crescendo del 72% su base annua.
La spinta regolatoria
Dietro questa divaricazione ci sono soprattutto le regole. Da luglio 2026 il regolamento europeo MiCA ha di fatto escluso USDT dagli exchange regolamentati nell’UE, perché Tether non ha richiesto l’autorizzazione richiesta come emittente di token di moneta elettronica. Negli Stati Uniti, il GENIUS Act impone agli emittenti esteri come Tether una scadenza di conformità fissata al 2028. La risposta di Tether non è stata adattare USDT, ma lanciare un token separato pensato per il mercato americano, mantenendo USDT come prodotto “offshore” per le piazze non regolamentate. Circle ha invece costruito USDC fin dall’inizio per essere conforme, stringendo partnership bancarie con istituti come Standard Chartered e BNY.
Questo non significa che Tether sia in difficoltà. Il gruppo resta estremamente redditizio, con un utile operativo trimestrale di 1,5 miliardi di dollari e riserve consistenti in Bitcoin, oro e titoli di stato. Semplicemente, USDT si sta ritagliando un ruolo diverso: strumento di risparmio offshore per utenti in mercati con controlli valutari o accesso bancario limitato. USDC, al contrario, si sta affermando come layer di regolamento per il sistema finanziario tradizionale e regolamentato.
Cosa significa per chi le usa?
La domanda giusta a questo punto non è più “quale stablecoin è migliore“, ma “quale stablecoin è compatibile con la mia giurisdizione e il mio caso d’uso“. Per chi opera su exchange offshore o vive in paesi con restrizioni valutarie, USDT resta la scelta più liquida. Per aziende, tesorerie e utenti in mercati regolamentati come l’UE, USDC sta diventando sempre più l’unica opzione praticabile.
Il mercato delle stablecoin, insomma, sta semplicemente maturando lungo le stesse linee di frattura che già dividono il sistema finanziario tradizionale…



